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Talvolta
uno struggente sogno
inaspettatamente lambisce
il brusìo impetuoso,
tumultuoso
ma sfuggente,
dell'esistenza.
Ed allora la travolgente
copula accade,
sapientemente fecondando
abitualmente
la tua mente perversa
di torbide illusioni,
magistrali menzogne
e rinnovate speranze,
alle quale poi ti aggrappi
intrepido,
ansimante,
impavido,
avido soprattutto,
mentre lontanamente ormai
meschinamente ti sorride
meretrice
la sempre più distante vita,
lasciandoti inerte in preda
al delirio perenne
di una delle tante
spaventose creature
che ti dilaniano l'anima,
percuotendoti dapprima.
Mani stanche,
dense di quei lividi
forte stringono
un mantile impregnato
di lacrime amare,
copiosamente versate
per la stessa disfatta,
per l'ennesima resa
per l'ulteriore fallimento
consueto e certo
lasciando spazio al fato
che magistralmente disegna,
nel tempo che si dispiega,
ancora un'altra ruga
profonda di sconfitta
su quel volto stanco,
esausto,
nuovamente sfinito
nel tollerare logorato,
alquanto,
quello strano disagio interiore
del non essere
mai niente.
Vuote
quelle mani,
arido
quel cuore,
gelido
quel sospiro:
è un essere
affranto,
solo,
perso,
che incautamente
s'aggira triste
nel suo sconfinato deserto.